Un ricciolo nero

Pablo Picasso - Ritratto di Dora Maar - 1937

Pablo Picasso – Ritratto di Dora Maar – 1937

 

Dai, libera il viso
non esporre la mano in bella mostra
evita l’alterco tra smeraldo e ametista
greve all’anulare destro
ancora lucente nell’occhiaia
malcelata dal trucco egizio
sei bella lo stesso
nella tua posa da ritratto.

Con la luce di taglio una pupilla si è persa
nell’ultimo strappo di retina
l’altra, viva, nell’ombra 
indaga la mossa delle mie dita
mentre ti scosto un ricciolo nero.

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Franco. A. Canavesio – Un ricciolo nero – 19 novembre 2013
Pablo Picasso – Ritratto di Dora Maar – 1937

Inganno barocco

Bartolomé Esteban Murillo - Assunzione di Maria Vergine

Bartolomé Esteban Murillo – Assunzione di Maria Vergine

Per quattro ossa e un saio di santa
è scaduto l’affitto di una teca tarocca
ora con vista sui tubi innocenti del nuovo cantiere
sopra l’altare due colpi di biacca
schiamazzo di luce
putti affannati in sbattere d’ali di pollo
vola l’inganno barocco
suona conchiglie, torce, colonne
di fretta
su lune di latta innalza madonne
griffate capucci

strappo d’azzurro il velo s’impiglia
colpa di un chiodo sparato per sbaglio
alla chiave di volta del cielo.

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Franco. A. Canavesio – Cantiere barocco – 11 gennaio 2014
Bartolomé Esteban Murillo – Assunzione di Maria Vergine

Di bianco

Roberto Pieraccini - Venezia

Roberto Pieraccini – Venezia

Radiosi di bianco il colletto
la giacca
braghe poggiate sui fianchi
le scarpe coi lacci
non so i calzini, ho dubbi sul bianco degli occhi
e i capelli radi, di sotto la falda
del panàma sformato
di bianco.

Val bene un ultimo affaccio, Venezia
uno sguardo caparbio di luce
a cercare bellezza
nel bigio il marubio fa cerchi sull’acqua
bimbe fresche di letto
sazie d’amore vanno per ponti
a ciacolare di morosi e di amanti
bianche le notti
prodezze di remo, muscoli tondi.

Bellezza la guardi senza sfiorarla
non importa di donna o ragazzo
la guardi in boccio aprire la carne
scostare il velo
messo lì apposta per farsi toccare
barriera di anni, il timore del vizio
piega lo sguardo
ma è solo bellezza
chiara bellezza che sfugge
in riflesso
nel verde malato dell’acqua.

Bellezza ti guarda
si scioglie in velo di bianco
bellezza risana, candeggia
stira le pieghe, dà forma
drizza lo sguardo
bellezza leggera
l’incontro a passo di danza
Bellezza ti prende la mano
ultima stretta
si scioglie
in velo di bianco.

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Franco A. Canavesio – Di bianco – 21 maggio 2014
Foto: Roberto Pieraccini – Venezia – 2012

La soluzione

Fang Lijun - Il precipizio sulle nuvole - 2012

Fang Lijun – Il precipizio sulle nuvole – 2012

Mentre seguiva il tigì, Flavius si alzò di scatto, non ricordava di aver attivato la notifica di consegna mediante messaggio subliminale, ma era meglio così.
Di lì a due minuti il drone si posò silenzioso tra i gelsomini della terrazza. Era la prima volta che utilizzava questa modalità di consegna che in realtà era in esercizio già da qualche anno. Non che osteggiasse le nuove tecnologie, anzi! Semplicemente, prima del trasloco nella nuova abitazione, non disponeva di un terrazzo adatto ma ora, nei duecento metri quadri con vista sul fiume, aveva lasciato uno spazio aperto per eseguire alla luce del sole i suoi esercizi di yoga e, all’occorrenza, le tavole di teak erano adatte anche come pista di atterraggio.

Era stato un colpo di fortuna azzeccare quel cinque più uno, e adesso, con un milione abbondante di euro rimasti su conto dopo l’acquisto della nuova casa, avrebbe finalmente soddisfatto il suo desiderio a lungo represso: viaggiare! Da buon Sagittario, con la Nona Casa in Toro, era attratto irresistibilmente verso i lunghi viaggi e i rapporti con le persone straniere; tuttavia in questo contesto provava un leggero timore ad allontanarsi dai suoi schemi tradizionali per seguire uno stile di vita diverso. Le grandi civiltà perdute, con le loro organizzazioni sociali arcaiche, erano una calamita per lui e di certo il viaggio più intrigante sarebbe stato quello offerto da un tuffo nel passato. Ma era pigro e nel suo animo il desiderio e l’attuazione erano tra loro in profondo contrasto. Per questo, indipendentemente dalle possibilità economiche, trovava sempre una scusa per declinare le proposte degli amici e rimandare ad un’ occasione migliore.

Ma stavolta aveva trovato la quadra. Ritirò il pacco, piuttosto voluminoso e, per ricevuta, appose l’impronta di indice e medio sulla finestra del minidisplay. Luce verde, un semplice grazie con voce sintetica e l’indicazione cortese di spostarsi ad almeno due metri di distanza. Il drone riparti, silenzioso come era arrivato.

Flavius non stava nella pelle. Posato il pacco sul tavolo, aprì l’involucro, una carta perfettamente impermeabile ed idrorepellente, ultimo grido nel campo delle nanotech. Estrasse una memoria da inserire nel generatore di ologrammi. I vecchi libretti di istruzioni e gli help on line ormai erano quasi scomparsi: bastava inserire la chiave e si materializzava un tutor virtuale che illustrava per filo e per segno le cose da fare. Sul sito del Ministero del Turismo e della Cultura Virtuale, con pochi click aveva scelto una novità assoluta, ed era stato tra i primi dieci ad averla prenotata! Non una meta dall’altra parte del mondo, un luogo a due passi, tanto per cominciare: un viaggio a volo radente sul Colosseo.

Quando passava da Roma per lavoro, Flavius ci aveva provato diverse volte ad entrare. Una volta era chiuso, un’altra, code infinite alla biglietteria. Ci aveva sempre rinunciato.
Ma ora l’Amministrazione dei Beni Storici ed Ambientali, dopo liti e diatribe con i sindacati sui giorni e gli orari di apertura, discussioni infinite con i tecnici della Soprintendenza che volevano ad ogni costo limitare a numero chiuso le visite (pena il crollo del monumento), era stata scelta la soluzione proposta dalle menti del Club degli Inventori Sopraffini: Il viaggio virtuale nel reale.
Basta coi video 4D realizzati in UltraDefinizione! La novità era tuffarsi nel reale, trasferire a bordo di una micro mosca sintetica i propri strumenti percettivi (parlo di tutti i sensi, ovviamente) e dopo un breve giro di prova ed adattamento, partire alla scoperta di ogni angolo del monumento, senza muoversi da casa, senza toccare, senza sporcare, senza rovinare, senza consumare. Piccoli e quasi invisibili, ma con la possibilità di una vista a 270 gradi, anche al buio, e vedere, udire, annusare ciò che le pietre e i mattoni avevano immagazzinato, nei secoli. Da dare di testa!
Non che queste tecnologie fossero nuove alle sue orecchie, in soggiorno aveva un’ intera collezione di Urania, ma quando li aveva letti e riletti da ragazzo, mai avrebbe pensato di poterle toccare e vivere, un giorno, direttamente sulla sua pelle.

Ascoltò con attenzione le indicazioni di Criptyco, il tutore che all’occorrenza sapeva parlare anche latino e greco, indossò il caschetto allegato, inserì il connettore nel trasmettitore universale (ormai le unità di calcolo erano disponibili esclusivamente in rete) digitò la password e si distese sul letto, come indicato dalle istruzioni. Guardando al soffitto tirò un bel respiro poi, a voce alta disse: “Vai!”.

Subito non successe nulla di rilevante, almeno niente di percepibile, a parte un leggero senso di freddo e di vuoto alle tempie. Poi fu come se fosse stato spento l’interruttore generale dei sensi. Pareva di galleggiare al buio, il profumo del gelsomino inghiottito dal nulla, le mani e i piedi e la pelle fatte come di plastica, intorno il silenzio di un vuoto pneumatico, neanche il battito del cuore. Fu un attimo, qualche sfarfallio di luci, rumori acuti, aria fredda sulla pelle, sentore di umido come avesse appena piovuto e stava volando alto, sull’arena. Erano gli ultimi momenti del tramonto. Il sole già calava verso Ostia Antica, arrossando le arcate e in cielo prendevano colore straccetti di nuvole rosa. Stormi, mutevoli di storni disegnavano l’aria, perdendosi a tratti nel buio incipiente dell’est, verso il colle Oppio. E Flavius riusciva a vedere le une e gli altri, davanti e dietro, insieme. E percepiva il profumo elettrico dell’aria, dopo il temporale, insieme a sentori ferini e l’odore di sudore e di sangue sui selciati. Il rumore, urla di uomini e bestie, sferragliare di carri e cozzare di ferri: tutto vero e assordante. Poi silenzi, lunghi silenzi e versi di civette e di gatti. Cose di adesso e di secoli prima, frammiste, sovrapposte. Di un intenso da overdose, da tramortire i sensi.

Il volo poi, era frenetico, più pazzo di quello degli storni, con virate, scarti improvvisi, fermate da capogiro, in bilico sul ciglio di blocchi di calcare a strapiombo.
Non era preparato a tanto. Decise di anticipare il rientro. Mentre l’insetto High Tech si posava sulla base, la mente di Flavius, o meglio cìò che della sua mente (per questioni di banda) era stato trasmesso, ansiosamente attendeva lo slot in cui infilare ordinatamente i propri dati, senza fare casino e fare ritorno.

Mentre aspettava si accavallavano dubbi, e timori. I suoi sensi, una volta rientrati, sarebbero tornati a funzionare normalmente, senza questa ipersensibilità anomala? E su altro fronte, l’impegno del Club all’integrità e alla non duplicazione dei dati sarebbe stato rispettato?

Lo preoccupava poi quella strana clausola, scritta in piccolo e spuntata in automatico che non era riuscito a disattivare: “Conserva una copia” che voleva dire? Di cosa, dove? Del viaggio o… di quella parte delle sue facoltà, crittate e trasmesse? E se finiva in mano a qualcuno in malaffare o peggio, condivisa per errore o per scherzo su qualche social network? Qualcosa di strano, se lo sentiva, era successo. Disse tra sé e sé che in questi casi la calma e il pensare positivo sono tutto.
Ma non riuscì a trattenersi. Gli tremarono le elitre.

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Franco A. Canavesio – La soluzione – 19 maggio 2014
Fang Lijung – Il precipizio sopra le nuvole – 2012

Vapore d’un momento

Mimose

Ritrosa al contatto
la mimosa
boccoli biondi
vapore d’un momento
chi così fragile l’ha scelta
segno di donna
non la primula e la viola
o più gagliarda di giallo e di sentore
la ginestra
a caso s’aprì un giorno la finestra
sul giardino riva mare
e lei s’offrì
un soffio
allo sbuffo di grecale.

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Franco A. Canavesio – Vapore d’un momento – 8 marzo 2014

Due cartelle

Carlo Canavesio - Chine anni '80

Carlo Canavesio – Chine anni ’80

Sono certo che più d’uno comprenderà la commozione e la gioia che ieri sera mi hanno fatto visita, in coppia.
Erano le ventitre passate quando, preso da una strana impazienza, ho rimesso le scarpe e sono sceso in magazzino con l’intentento di cercare un dipinto di mio padre, da riportare in vita, all’aria di Moncucco.
Mentre rovistavo (lì il disordine è sovrano) mi è venuto da aprire un armadio, senza motivo. Sapevo bene che il quadro non poteva essere lì, se non altro per questioni di dimensioni, e ricordavo che dietro quelle ante stavano accatastate solo vecchie cose inutili, rimaste nelle scatole del trasloco anni ottanta, e che solo per pigrizia non erano finite nel cassonetto.
La chiave non ne voleva sapere di girare ma qualche goccia di svitol e pochi attimi di attesa hanno avuto la meglio su anni di ossidi.
All’affaccio, l’occhiata da distratta si è fatta curiosa, quando ho notato sul fondo le fettucce annodate di due voluminose cartelle da disegno, protette da un sacco di nylon trasparente: una in presspan marrone, ancora lucido come la pelle di una castagna d’india, l’altra con qualche pretesa in più, a imitare la scorza di un marmo travertino.
A questa vista già il cuore batteva più sostenuto. Mi sforzavo, ma di quelle due cartelle non avevo ricordi. Di altre sì, simili, dove mio padre conservava i suoi disegni e schizzi. Ho scansato malamente il ciarpame d’imbarazzo e le ho estratte, corpose, del peso denso della carta. Un attimo ed ero già tornato su, seduto, con la prima delle due, aperta sul tavolo di cucina.

Si dice che il cuore tenero, a far da bilancia all’indurimento delle arterie, sia sintomo di vecchiaia incipiente. Sarà anche così (e allora vuol dire che sono vecchio da sempre) fatto sta che alla vista del primo foglio vergato da mio padre mi si è serrata la gola.
Disegni a china, a matita, pastelli, schizzi, prove di stampa di litografie, a decine su fogli marchiati Fabriano, datati tra il ’75 e i primi anni ottanta.
L’inconfondibile eleganza del segno di mio padre, leggero e fantasioso, come nei progetti di gioielli, collari e pendagli, da realizzare in smalto a gran fuoco: li vedevo per la prima volta. Non so per quale ragione mio padre non aveva mai condiviso il contenuto di quelle cartelle e in particolare due fogli, tecnicamente meno riusciti di altri, ma per me importanti: un autoritratto a penna in cui figura con l’inseparabile cappello e una china, un po’ spiegazzata in un angolo, con una dedica: “per il tuo ventisettesimo compleanno, tuo papà”.
Mi piace pensare che questa sua scelta sia stata intenzionale, celare un piccolo tesoro perchè io lo scoprissi, dopo anni.

Non è finita qui, c’è un terzo foglio che voglio menzionare. Nella consueta sintesi dei tratti, è raffigurato un uomo col braccio teso e un topolino sul palmo aperto.
Fin da piccolo, per mio padre, io ero il suo “ratin” e mi ha sempre portato in palmo di mano.


i tuoi svolazzi li ho davanti
lindi
dopo anni
penna su carta
nuvole di punti
l’anima bambina
e il senso naturale della grazia
di chi ha nuvole chiare nella mente

….

F. A. Canavesio – Due cartelle – 20 Febbraio 2014

[

L’uomo del muschio

davy crockett

L’uomo
col cappello e la coda di opossum
era sceso in città al mercato dell’immacolata
con le pelli di muschio scuoiate alle rocce
fatte a fette
dentro cassette da frutta

il bastardo
gigante peloso cresciuto a latte e polenta
chiedeva carezze ai bambini
il muso poggiato sul banco

una foto
la foto col cane e il cappello
e due zolle di muschio
il presepio quest’anno lo voglio con l’odore di bosco

pazienza di padre il wild degli anni cinquanta
davy crockett era un mito

Franco. A. Canavesio – L’uomo del muschio – 24 novembre 2013