Le api di punta Cannone

A qualcuno di voi sarà sicuramente accaduto di assistere alle reazioni smisurate e un po’ ridicole di alcune persone quando si credono assalite da un moscone o da una vespa, insomma da qualunque insetto volante che ha l’ardire di violare il loro spazio aereo. Fino a qualche tempo fa io appartenevo a quella schiera e i movimenti scomposti, da marionetta, a velocità accelerata, facevano parte del mio repertorio consolidato.

Qualche anno fa, se avessi visto le foto del signor Wang con il corpo completamente ricoperto da uno sciame di ventisei chilogrammi di api, regina compresa, sarei andato in tilt. Oggi questa cosa mi sorprende sì, ma non mi turba più di tanto.

Per questo cambiamento devo ringraziare Marco (ricordo solo il suo nome) che mi sottopose a una sorta di esorcismo, con esito davvero insperato. Ma andiamo per ordine.
Quella prima quindicina di settembre del 1984, con tre amici colleghi avevamo deciso di trascorrere una vacanza all’isola della Maddalena, presso il villaggio del Touring. Un luogo incantevole, dolce ed aspro allo stesso tempo, in dipendenza del mutare del tempo. Non c’era affollamento, i gusci bianchi dei bungalow emergevano dalla macchia verdeggiante e i fichi d’india si arrossavano al sole e al vento di un settembre doc.

Al villaggio, per movimentare le vacanze, erano presenti due animatori, non di quelli stressanti, che insistentemente cercano di coinvolgerti negli sport e nelle attività più strane, ma due persone di grande carisma. Una, psicologa, gran parlatrice e appassionata di astrologia, e un giovane praticante di arti marziali e di yoga.
In dipendenza dagli umori del tempo le lezioni si tenevano al coperto, altrimenti sulla spiaggia o sulla piazzola di punta Cannone, il luogo più alto e panoramico del villaggio, davanti alla distesa del mare perennemente imbiancato di spuma.
Quasi al termine del corso introduttivo allo yoga, Marco ci propose qualcosa di insolito: la mattina dopo, all’alba, ci saremmo trovati tutti a punta Cannone, per il saluto al sole.

Arrivammo un po’ in ritardo, il cielo era terso e l’astro, sopra l’orizzonte, già illuminava le pietre e la bocca da fuoco. In silenzio, insieme agli amici iniziai con i movimenti lenti e armoniosi (almeno nelle intenzioni) del saluto, quando alcune api (che forse erano vespe) principiarono a girami intorno, sempre più da vicino.
Lì iniziò il mio balletto, una sorta di taranta, nel tentativo di scacciare le intruse. Marco percepì la discontinuità, si girò, mi venne vicino e sorridendo e disse: – Se ti va, vediamo di affrontare il problema -.
Cercai di ricompormi e sedetti a terra mentre gli altri riprendevano con il Saluto. – Levati occhiali, maglietta, pantaloni e ciabatte e sdraiati a terra – mi ordinò.
Restai in costume e fiducioso mi sdraiai, compostamente supino sulle pietre che già erano tiepide. Il sole regalava un caldo buono e gli insetti continuavano a ronzare intorno.
Marco suggerì di respirare in modo lento e profondo, come ci aveva insegnato nei giorni precedenti e prese a premere, dapprima delicatamente e poi in modo più deciso, diversi punti del corpo iniziando dalle dita dei piedi per poi salire, lentamente, sino al capo.

Dopo poco iniziai a rilassarmi, percepivo i muscoli sciogliersi, abbandonarsi distesi sulla pietra, intanto le voci e i rumori diventavano sempre più nitidi e allo stesso tempo distanti. Sentivo la brezza, le vespe svolazzare ronzando sul mio corpo, qualcuna vicinissima a naso e orecchie, fino a posarsi e passeggiare con un leggero solletico sulla pelle. E tutto ciò mi procurava un profondo stato di benessere!
Passarono una ventina di minuti (così mi disse Marco), uno sbuffo di vento più forte mi fece rabbrividire. Lentamente mi posi a sedere e con calma mi rivestii mentre le vespe continuavano a svolazzare intorno, amichevolmente vicine.
Marco mi diede un leggero colpo sulla spalla e disse: – Bene, vedo che vi siete capiti

Da allora api e vespe, magari lontane parenti delle amiche di punta Cannone, inducono in me il ricordo fisico di quella intensa sensazione di benessere e possono volare tranquille intorno, senza timore che le scacci.

Franco Antonio Canavesio – Le api di punta Cannone – luglio 2011

Due raggi di sole su una pagina di Pessoa

Oggi mi sono sentito improvvisamente felice.
La pelle delle mia braccia era felice, di sentire la vicinanza della persona seduta accanto in metropolitana. Le mie gambe erano felici, di salire i gradini e andare a passo veloce verso la vita dei portici. I miei occhi erano felici, di vedere i piccoli frutti gialli del Ficus Virens bonsai, nella mezza luce di una vetrina.
Due raggi di sole e una pagina di Pessoa, un mezzo miracolo.

….

Sono un custode di greggi,
Il gregge è i miei pensieri
E i miei pensieri sono tutte sensazioni.
Penso con gli occhi e con le orecchie
E con le mani e i piedi
E con il naso e la bocca.

Pensare a un fiore è vederlo e odorarlo
E mangiare un frutto è conoscerne il significato.

Per questo quando un giorno di calore
Mi sento triste di goderlo tanto,
E mi distendo lungo nell’erba,
E chiudo gli occhi accaldati,
Sento tutto il mio corpo disteso nella realtà,
So la verità e sono felice.

Fernando Pessoa – Il custode di greggi – IX – Le poesie di Alberto Caeiro (2002) Passigli Editore