Veglia

Il letto

La notte
del fiume ritrovo il corso disfatto
la ruspa e il mio dorso
sul letto di sassi

l’acqua scorre distante
senza intoppi
non indugia tra i ciotoli
non si perde
in rivoli e gocce

Il muschio si affida alla pioggia
la vita alle pozze
e nella veglia
il guado
la corrente che preme sui fianchi
resta esercizio puro
di mente

ogni passo è una fitta
e la pendola conta e riconta
le schegge della mia schiena
una in più ad ogni tocco

Col primo chiaro il risveglio
apro gli occhi allo specchio
anche stamane disposto
al solito gioco di scambio
la mano in cerca del flusso
a cogliere un po’ di quell’acqua

nella conca di smalto
tracce di bianco
si perdono le ultime gocce.

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Franco Antonio Canavesio – Veglia – 27 aprile 2013

Guarire

Dalla finestra - F. A. Canavesio (4/2013)

Dalla finestra – F. A. Canavesio (4/2013)

Mi trovo a mio agio in questo pezzo di Torino, a lato di via Po e Piazza Vittorio. Ci ho studiato. In quelle vie, all’uscita dall’Artistico, ho tenuto per mano la prima ragazzina e anche adesso c’è vita giovane e allo stesso tempo botteghe artigiane, coi vecchi maestri che fan vedere senza remore il loro mestiere e son capaci di dedicarti anche un ‘ora per mostrarti che “quella cosa” si può fare.

Amo anche le case, facciate lisce di inizio ottocento e cortili con la sternia, ma stamattina ho suonato a un portone decò e ho visto i due piani sfilare da seduto, sul divanetto in velluto granata dell’ascensore. Legni, bronzi e ferro battuto e la pulsantiera in bachelite coi piani scritti a penna, per esteso: primo piano, secondo piano … ultimo piano, su etichette di carta pergamena.

Mi ha aperto l’infermiera, gentile, un filo di voce, appena più forte del sottofondo di musica indiana. Mi ha offerto una scheda da compilare, su una lavagnetta da appoggio e la penna, come su un cabaret. E mi ha invitato a sedere in una sala semplice, piena di luce con affaccio sul retro giardino di Palazzo Accorsi e una fetta di Mole, dritta al sole dell’est.

Il tempo di godere la vista e mi viene incontro la dottoressa, di sicuro francese per l’aspetto e il parlare. Un lungo parlare di quasi due ore, colloquio, attenzione e piacere crescente, credo da ambo le parti.
Poi le sue mani sulla mia schiena, il collo, sugli arti, in piedi, sdraiato. Asimmetrie, tensioni, accumulate in anni. Movimenti, tocchi di dita appena percettibili o più sostenuti e mie involontarie reazioni, tremori, sussulti, anche violenti.

Far sentire alla mente tutto ciò che è fuori posto, consapevolezza per attivare i meccanismi innati di guarigione.
Il guarire va per vie interiori, sulla strada simboli, passi di consapevolezza, verso il riequilibrio.
Oggi, con la schiena dritta, non sento dolore di fronte all’ardire di questo spicchio fermo di Mole e alle bugne del platano antico, forte e fragile nel verde, appena accennato.

Oggi, il segno è la bellezza del contrasto. Stabilità. Cambiamento. E domani da questa stessa finestra il verde sarà meno trasparente, di una diversa e più densa bellezza.

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Franco. Antonio Canavesio – 18 aprile 2013
Fotografia – Dalla finestra – F. A. Canavesio

Tutto intorno si muove

Vincent Van Gogh - Alberi di ulivo (1889)

Vincent Van Gogh – Alberi di ulivo (1889)

Tutto intorno muove con l’onda
che appena si avverte oltre il dirupo dei colli
e solo l’afrore e la corsa del mare
talvolta giunge alle nari dei mirti
all’argento in foglia di ulivi nervosi
e fin le radici escono al chiaro
si torcono tutte per farsi coprire
dal fiato caldo
del mare

e il vento e le nubi urlano contro
spingono indietro con forza brutale
non basta l’orecchio più fine e il tempo
e la voglia
di luce e di ombra
per sentire
per ascoltare

troppo lontano
scomposto
si agita
il mare

riccia l’onda che sale
pietra la sella del monte
onda la nuvola avvolta
onda il legno la scorza
l’erba bianca del cielo

onda
tutto si muove con l’onda
coi ricci torti
dell’onda

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Franco Antonio Canavesio – Tutto intorno si muove – 15 aprile 2013
Foto: Vincent Van Gogh – Alberi di ulivo (1889)

Mi manca un camino

Sedie

Se li conti sono sedici sedie, sette poltrone, due sgabelli e anche sette tavolini.
Troppi, ti accorgi dell’inutile quantità solo quando li devi spostare, radunare, per forza maggiore in un’unica stanza.
Poi tiri dietro la porta e ritrovi lo spazio, respiri, per un attimo vagheggi il repulisti finale. Ma manca la forza, tutto ha un valore, un film associato, un posto fisso in esposizione e allora so già che i pezzi da museo torneranno al loro posto, tutti, rassicuranti, a farmi inciampare nella gimcana tra gambe Luigi qualcosa, riccioli barocchetti, rivestimenti di lampasso, su sedute scomode e schienali da tortura che nel tempo hanno fatto ridere tappezzieri e restauratori. E piangere il mio portafogli.

Mi manca un camino, o almeno una stufa, e poi un’ascia e una guerra, che mi costringa a farli a pezzi e buttarli nel fuoco per scaldarmi, il prossimo inverno.

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Fotografia  –  Franco  A. Canavesio  –  Sedie

Gelsi (a mia madre)

Filari di gelsi

Sarà perchè erano verdi nella tua storia
ed è il tuo compleanno
ma oggi han ceduto anche i gelsi
al tepore di aprile
con la tenerezza delle gemme
che s’è sciolta in foglie

E sotto la lea ho udito ancora una volta
quella storia e il canto
di quando mi raccontavi di te
bambina
e dei gelsi

Le corse prima del temporale
a riempire il cesto di cuori carnosi
e il mordicchiare dei bachi
verde
incessante basso continuo
all’ombra dei travi

D’estate il canestro colmo di drupe
coni di latte e il succo spremuto
rigava le mani e le braccia
invito alle vespe
ghiotte del dolce umidore

Nel caldo d’agosto l’ombra dei giochi
con le amiche di scuola a far le signore
prego s’accomodi vuole favorire
una foglia il piattino
tre more
un raspetto d’uva crispina
provi insieme un assaggio
giusto due fili
di erba bruschina

Poi d’improvviso
il nero di un tuono

cos’è quella goccia che le brilla sul dito
una perla di mare
o l’avviso di gelo del temporale
la furia in arrivo
e il lampo che occhieggia
lontano

un altro
d’argento
e questo azzurro
vicino
poi giallo esplode il baleno
squassa le chiome
proprio qui sopra

che paura
scappiamo di corsa al coperto

ma signora stia attenta…
le scarpine di seta comprate a Venezia…
e il vestito di organza color grigiocielo
così vaporoso
si sciuperà …

si sciuperà …

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Franco Antonio Canavesio – Gelsi (a mia madre) – 12 aprile 1918 – 2013

A casa di Enza

Terrazze di Roma (1)

Terrazze di Roma (1)

Solo Roma ha di queste visioni
dall’alto terrazze
anche in case da quattro soldi
con i vasi di agrumi e il rosmarino
fiorito già a inizio stagione

per salire gradini di marmo paglierino
in cima una chiocciola di ferro battuto
e la porta liberty coi vetri a colori
giallorosse di fiamma
le luci della sera

Mi dicevi che abituata ai sassi della tua Matera
qui ti sentivi in cima al mondo
seduta su questo tettopiano di cotto
il gatto di fianco
nessun rimpianto per la piccola piazza
e tua madre e la capra
legate alla corda.

Schiena al muro
sul tiepido rimasto del giorno
si aspettava il cambio di luce
con la pasta alla puttanesca sul fuoco
profumo sbriciolato i peperoncini di Rosa
l’amica più mora
e ancora più riccia di te

Non ti andava di baciare
ma stuzzicarmi
con occhi audaci
e le mani
mentre il giradischi suonava un niño charango
e ballavamo come alla Fiesta
degli Intillimani
sulla piazza di San Benito

Intanto
ieri come adesso
veniva il buio
e il fiasco dei Castelli è un fanale

giochiamo a tiro al bersaglio
i noccioli delle olive tra i denti
lucenti i tuoi nella sera

non volevi
ti voglio lo stesso baciare

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Franco Antonio Canavesio – A casa di Enza – 10 aprile 2013
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Variazioni

Segni

Se vivo bene tra le pareti di casa
Se non mi va a noia cercare variazioni
impercettibili
forse mi è chiaro il senso dei piccoli movimenti
la vibrazione
degli spazi ristretti

e i tratti sulla pelle del muro
non sono la spunta dei giorni
l’accumulo della forma che cresce
o il bisogno
nero sul bianco
di lasciare una traccia

erano già scritti quei segni
da altri

mia è l’attenzione
per trovarne il senso
imparare dagli atomi
il vibrare

dare fiato
quotidiano
al mio mantra

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Franco Antonio Canavesio – Variazioni – 8 aprile 2013