Carta bianca

Zeng Chuanxing – Paper bride – 1

Su di te la mia vita
a matita
non troppo appuntita
che il segno ti scorra
senza ferire
la scorza leggera
grafite
tenera, su fili di luna
e paglia di riso.

E se l’apparenza
nasconde i dolori profondi
lascia che ti guardi oltre la carne
con l’occhio in mezzo alla fronte
senza violare i segreti annidati
nel cavo degli anni.

Se sbiadissero i segni
il giallo dei fogli, scritti da altri
disciolte le tracce
disperse nei canali del sangue
netti i nuovi segnali
messaggi da cellula a cellula
la gioia dei segni
la mia vita spiegata sulla tua pelle.

Non coprirti
lascia che io scriva.

F. A. Canavesio – Su carta bianca – 10 febbraio 2013/2017
Dipinto di Zeng Chuanxing 曾传兴 – Paper bride

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Nel flusso

Sul Po

Sul Po, a Torino

 

Non riesco a prendere il mondo
non dico fermarlo
ma darmi un momento per entrare nel flusso
quello del fiume che vedo dal ponte
e scorre solenne nè piano nè forte

mi vedo col remo di mio padre all’Armida
andare contro
al ritmo di muscoli tesi
magro e sudato in tempo di guerra
mezzo chilo di zucchero al mese

lo specchio è lo stesso
solo l’acqua è più scura
e se è nuvolo a volte fa un poco paura
anche all’airone
che non vede sul fondo le prede
e a riva inchioda col becco le rane

passo sul bordo a sfiorare le foglie
sull’acqua esangue l’abbrivio
mi prende la mano un flusso all’indietro
sorpasso un gabbiano che gira
rapito da un gorgo

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Franco Antonio Canavesio – Nel flusso – 8 febbraio 2013

Santi beati

Sorrideva beato, se la rideva beatamente … modi di dire, consolidati. Ma non vale per tutti, ad esempio mi sono sempre chiesto perchè i Santi dipinti non ridono o almeno sorridono. La beatitudine, la perfetta letizia di un rapporto d’ amore diretto col Padre Eterno dovrebbe in qualche modo venir fuori anche dall’espressione del volto, diamine!
E anche se non appare, sono sicuro che nella loro vita i Santi hanno sorriso e riso, anche molto e di gusto, e fatto ridere e sorridere chi stava loro vicino.
Non riesco ad immaginare San Francesco senza un tratto di gioia sulle labbra e neanche la sua amica Chiara, santa anche lei e con un nome che già da solo è un’espressione di letizia.
Ridevano, sorridevano, faceva parte della loro natura, del loro destino!

Quattro Sante - Giovanni Martino  Spanzotti

Quattro Sante – Giovanni Martino Spanzotti

Ci è voluto questo dipinto dello Spanzotti per farmi capire che anche lui, cinque secoli fa, la pensava come me. Due tavole di una naturale letizia, a destra quattro Sante e a lato quattro Santi, più un altro nobile che si fa chiamare donatore. Cominciamo dalle femmine, s’incontrano tra gli ori nella loggia del Paradiso e sembrerebbero quattro sorelle in cerca di marito, non fosse per quegli strani simboli che portano in mano. E sorridono beate, appunto, nonostante la vita abbia riservato loro esperienze durissime, fino al martirio. Non bisogna farsi trarre in inganno dai gioielli che cingono i lunghi colli di Barbara, Caterina d’Alessandria e Margherita d’Antiochia, non sono un vezzo o doni di giovani spasimanti ma nascondono il segno preciso dove è calata la mannaia.

L’unica che si è salvata il collo è Maria Maddalena, infatti niente collana ed è anche un po’ pensosa, come a dire: “Che ci sto fare con queste tre martiri?”  E intanto se la contano. Appena incontrate per l’invito alla festa, si sono guardate con un po’ di imbarazzo poi hanno celato il riso con un gesto della mano: erano finite tutte dallo stesso parrucchiere! Identica pettinatura, stessa tinta, pure il trucco e la manicure (dita lunghissime, come i colli, peccato che non avessero ancora inventato il pianoforte), insomma quattro gemelle anche se nate ai quattro angoli del mondo! Per fortuna non hanno scelto anche lo stesso sarto, quello di Barbara doveva essere alle prime armi perchè ha preso male le misure, abito troppo lungo e deve tiralo su davanti, per non inciampare. E le altre ridacchiano, mica per l’abito, ma per quella torre fuori misura, che rischia di caderle di mano. Va bene che con quelle tre finestre sta a rappresentare Il Padre, Il Figlio e la Colomba e in questo caso le misure hanno la loro importanza, ma l’effetto è strano… no, non vogliono neanche pensare a cosa sembra (no, no, loro sono Sante e poi sarebbe troppo fuori misura).

Quattro Santi -  Giovanni Martino Spanzotti

Quattro Santi – Giovanni Martino Spanzotti

Ma è un’attimo, si ricompongono subito alla vista di quel quintetto che le sta aspettando sulla sinistra della sala e guarda verso di loro, con interesse.

Un gruppo assortito. Già si capisce che quel trombone di Sant’Antonio Abate, diventato un orso dopo una vita da eremita, non interessa a nessuna. Sembra meglio il nobile donatore piuttosto, e anche se non è santo, pazienza. Francesco non è male ma è troppo giù di corda, ci vorrebbe un mezzo miracolo per rimetterlo in sesto per la festa o che almeno Chiara le montasse uno zabaione con un bicchiere di quello buono, avanzato dalle nozze di Cana. Invece Giovanni e Sebastiano stuzzicano! Diversi, ma niente male. Il primo un po’ figlio dei fiori, lo sguardo furbetto, l’altro sornione, un tipo che ci sa fare, anche se circolano voci su quegli strani rapporti tra lui e gli Angeli che gli han tolto le frecce. Male lingue terrene, qui non si sparla di nessuno.

Sveglia ragazze, si fa tardi e bisogna decidere! Oggi in Paradiso è come il primo di novembre in Terra, c’è festa di tutti Santi e stasera si balla, bisogna scegliere il cavaliere e uno dei cinque resterà con la scopa o se preferisce, con la torre. Sempre che Barbara si decida a posarla, se vuole ballare.
Una curiosità, mi ero chiesto dove erano finiti il lupo di Francesco e l’agnello di Giovanni. In Paradiso possono entrare tutti, anche gli animali, quindi mi aspettavo di vederli. Tranquilli, non è successo nulla di ciò che verrebbe da pensare, capita solo in Terra che i lupi sbranino gli agnelli. Prima li ho visti dietro una colonna che provavano un minuetto e a fianco c’era anche il Diavolo, travestito da serpente (che fantasia).
Ma lui ballava da solo.
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Giovanni Martino Spanzotti

Casale Monferrato (?), 1455 circa
Chivasso (?), Torino, 1526/1528

I Santi Francesco d’Assisi, Sebastiano, Giovanni il Battista
ed Antonio Abate con il donatore

Tempera su tavola 124×66,5

Le Sante Barbara, Caterina d’Alessandria, Maddalena
e Margherita d’Antiochia

Tempera su tavola 124×67

Insieme alla Madonna Tucker nei Musei Civici di Torino e all’affresco raffigurante l’Adorazione del Bambino nella chiesa di San Francesco a Rivarolo Canavese, le due tavole figurano tra i numeri più antichi del catalogo di Spanzotti, membro di una famiglia di pittori lombardi stabilitasi a Casale Monferrato entro il 1470.
La sottile scrittura pittorica, la limpida intensità del colore, l’ornata eleganza classica del loggiato sullo sfondo attestano, verso il 1475-1480, l’aggiornata modernità del giovane Spanzotti che doveva aver compiuto il proprio percorso formativo a Bologna, presso Francesco del Cossa .
In origine i due pezzi facevano parte del registro principale di un polittico: già conservati presso i padri Rosminiani di Stresa e forse provenienti dalla Val Vigezzo, essi sono entrati in Sabauda nel 1973.
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Fotografie di Franco A. Canavesio

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Velluti

Velluti

Puoi andare per colli e per valli
col cammino dell’acqua di marzo
che segue i contorni

o spinto dal vento che taglia giù dritto
scapicolla sui campi

dipende dall’umore del tempo
dal rischio per l’osso del collo
dal rispetto ai germogli già nati

intanto il mattino passa la mano
sui velluti verde rugiada
aggiusta in morbide pieghe
i bordi rugosi dei fossi

conviene restare ancora un momento
guardare dall’alto il riflesso mutato
la curva dolce del mondo

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Franco Antonio Canavesio – Velluti – 5 febbraio 2013

Un uomo

Ritratto d'uomo - Antonello da Messina (1476) - Palazzo Madama - Torino

Ritratto d’uomo – Antonello da Messina (1476) – Palazzo Madama – Torino

Oltre la porta della Torre dei Tesori di Palazzo Madama c’è un uomo ritratto cinque secoli fa da Antonello da Messina ed ha il viso fresco come una rosa.

Dalla penombra, quasi affacciato ad una piccola finestra, sta di tre quarti, nella luce che potrebbe essere di un tardo pomeriggio ma a ben guardare non può che essere mattutina, vista la rasatura di fresco che sa di pannicelli caldi, appena tolti, e ben evidenzia lo scuro maschio dei baffi. Fa contrasto all’ordine terso del volto quella perla carnosa, tra le rughe appena tracciate della fronte e il sopracciglio scomposto, una virgola a dare movimento.

Ma gli occhi sono tutto! Dietro quell’espressione altezzosa c’è una moglie, nell’ombra e dieci figlie che si inchinano al suo passare, anche dei figli maschi, già adulti, che scalpitano ma ancora non reggono lo sguardo del padre.

Il piglio è quello di un mercante o forse di un amministratore ambizioso che ha accumulato con ogni mezzo terre e poderi, a perdita d’occhio. Lo vedo a cavallo tra vigne quasi mature, ulivi e campi di stoppie. A giusta distanza, controlla granai ricolmi, giare e botti nell’ombra delle cantine.

Con lo sguardo abbraccia il suo spazio, oltre la tela, e chiusa nello spazio la roba accumulata nel tempo. Sua, tutta sua.

E ora lo hanno rinchiuso in una torre, senza finestre, senza spazio. Contrappasso, intorno roba troppo preziosa e lui, dipinto, diventato a sua volta roba per nobili. Altra gente, altra razza.

La giubba severa, cade a pennello. Pieghe perfette, segni incisi sul panno di porpora non arrivano al cuore che ancora batte, di sotto.

Bisognava osare di più, fare un salto avanti nel tempo, chiedere a Lucio di tagliare di netto la giubba, la tela e anche il legno. Cercare dietro lo spazio,  il cuore in attesa di mostrarsi, con un fiotto rosso.

Ma forse bastano gli occhi.

Concetto spaziale - Attese - Lucio Fontana 1961

Concetto spaziale – Attese – Lucio Fontana 1961

 

Prologo

Galleria Sabauda - Spina Reale - Torino

Galleria Sabauda – Spina Reale – Torino

Nel mio girare per mostre e musei, si è rafforzato nel tempo il desiderio e il piacere di un colloquio, non solo di sguardi tra me, dapprima spettatore e poi via via anche attore, e le opere esposte.

Questo termine esposte ha dei limiti, se inteso nel significato di mettere in mostra o offrira alla vista, e mantiene in sè qualcosa di vecchio e distante, evoca sale di museo sempre eguali, etichette mute, e sembra chiudere la possibilità di intendere con le opere un rapporto più completo, a due vie, che le possa mantenere vive nel tempo.

Ormai da qualche decennio l’aria è mutata, le opere d’arte circolano, si muovono e a seconda dell’ambiente in cui vengono presentate e del tema in cui sono inserite, di esse ne vengono evidenziate parti, dettagli, sfumature, relazioni e di conseguenza significati e valori diversi. Il restauro poi, a volte, stravolge teorie consolidate e le fa parlare con linguaggio del tutto nuovo.

E noi stessi, i fruitori, siamo uno dei principli motori di questo cambiamento, con l’accresciuta domanda e il numero in forte ascesa di visitatori attivi, che scrivono commenti, che partecipano a visite guidate, presentazioni, conferenze, dibattiti e stimolano, con commenti e domande, le guide, gli esperti, i critici. Come dicevo, un rapporto a due vie.

La relazione con l’opera si fa più complessa, ricca dell’emozione della scoperta. Quel misto di eccitazione, turbamento e interesse che spinge a documentarsi, ritornare e vedere con occhi nuovi e magari riuscire a collegare arte, storia, scienza, costume in quel che dovrebbe essere un naturale tutt’uno, spesso nascosto.

A Torino, con  l’Abbonamento Musei, le conferenze e le biblioteche, e quant’altro disponibile in Internet, questo è un piacere praticabile e quasi gratis. Tutto ciò è per me stupefacente e appagante!

A questo proposito mi sono proposto di fermare alcune esperienze di colloquio con le opere d’arte dei musei e delle mostre torinesi, radunandole man mano in una raccolta che ho titolato Sguardi Sabaudi, nella speranza di non aver involontariamente rubato questa denominazione ad alcuno.

Piani

La casa del contadino (2) - Duilio Nicli

La casa del contadino (2) – Duilio Nicli

E a te sembra normale che il vivere insieme
abbia lo stesso valore
della buona pace col vicino
o delle cortesie scontate col marocchino
che vende verdura al mercato

non promette nulla di buono
quel tuo senso di armonia seriale
l’accumulare rapporti in fotocopia
nuovi dismessi dimenticati
tutti nel mucchio dove cè posto
incapace a posarli su piani diversi

chiarore anche negli angoli
flusso costante di energia
e ogni cosa avvizzisce
nel suo colore

pure l’ amore ha una tinta
e una cassa in cui stare
forse un biglietto attaccato
il nome
la data

una scadenza da dimenticare

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Franco Antonio Canavesio – Piani – 31 gennaio 2013
Fotografie – La casa del contadino – Duilio Nicli