Il cercatore di violini

Dal racconto “Tano” – Ultime notizie dal Sud
Luis Sepulveda – 2011 – Ugo Guanda Editore

Tano

Tano, il cercatore di violini

Un uomo camminava nella nostra stessa direzione. Lo raggiungemmo. Era giovane, aveva lunghi capelli neri, baffi folti su un sorriso amichevole e un paio di occhiali da motociclista per proteggersi dalla polvere. Il mio socio abbassò il finestrino e lo salutò con un «Buongiorno, amico» a cui l’altro rispose con un ilare: « Lo sarà di sicuro».
«Dove va di bello?»
«Vado avanti, come quasi tutti» replicò lui.
«Una logica schiacciante» commentò il mio socio, e lo vedemmo proseguire. Si muoveva con scioltezza, come se si godesse con particolare piacere quella camminata in mezzo al vento e alla polvere. A tratti si portava una mano sopra gli occhiali a mo’  di visiera e scrutava l’orizzonte. Lo raggiungemmo di nuovo.
«Cerca qualcosa?»
Si fermò, tolse gli occhiali da motociclista e ci osservò con calma prima di rispondere.
«Sto cercando un violino.»
Perche no? Ci può essere qualcosa di più sensato che cercare un violino in mezzo alla steppa? Se avesse risposto che cercava un ago, avremmo dedotto che si trattava di un eremita che era meglio lasciare solo, ma un violino è la metafora della dolcezza e della tristezza, perciò gli rispondemmo che negli ultimi trenta chilometri non ne avevamo visto nemmeno uno.
«Non mi stupisce, ma io lo troverò. Chi cerca trova.»
Allora parcheggiammo l’automobile lungo la strada e ci unimmo alla ricerca.
Dopo aver camminato per un paio di chilometri in mezzo a quel polverone atroce, senza scambiare neppure una parola, ascoltando il sibilo del vento e anche il vasto repertorio dello sconosciuto che fischiettava di tutto, dalle canzoni di Silvio Rodriguez alla Cavalleria rusticana, giungemmo alla conclusione che cercare un violino in quelle condizioni era particolarmente difficile. Vedemmo pecore, teros, altre pecore, ciuffi di calafate, ma niente che somigliasse a uno strumento a corde. Eppure il sorriso di quel tizio restava inalterabile, come lo zelo con cui continuava a cercare.
«Ma questo violino quando l’ha perso, amico?»
«Chi l’ha detto che l’ho perso? Come facevo a perderlo se ancora non l’ho trovato?» ribattè in un’altra schiacciante dimostrazione logica.
Continuammo a camminare, cercando il violino con gli occhi mezzo chiusi per evitare la polvere che si infilava da tutte le parti, ma che non infastidiva quell’uomo, grazie ai suoi occhiali.
«Hai un nome?» domandò il mio socio.
«Certo, sono un cristiano come tutti gli altri. Però anche se ce l’ho, mi chiamano Tano perchè il mio vecchio era tano (soprannome dato agli immigrati italiani in Argentina e Uruguay). Veniva dalla Calabria. Ehi, se non volete continuare a cercare, nessuno vi obbliga ad accompagnarmi.»
Non è giusto contraddire un uomo impegnato in un compito serio come quello di trovare un violino a sud del quarantaduesimo parallelo, perciò continuammo quella marcia lenta. Vento, polvere e ancora vento. Ogni tanto il mio socio e io ci guardavamo e ci dicevamo in silenzio: «Altri due chilometri e poi torniamo alla macchina», finchè il tipo non affrettò il passo costringendoci prima a trottare e poi a correre fino a una montagna di legname ammucchiato in mezzo alla steppa. Erano resti di staccionate, rami secchi, pezzi di traversine di ferrovie, tutto sistemato come per accendere un gigantesco falò, e a giudicare dalla polvere che lo copriva era lì da un pezzo.
Il Tano si tolse il giubbotto e cominciò a separare i legni. Li spolverava, li annusava, ci batteva sopra con le nocche avvicinando l’orecchio, finchè non trovò un resto di traversina e gli dedicò particolare attenzione colpendolo con un minuscolo martello d’argento.  Allora si tolse gli occhiali da motociclista e con gli occhi lucidi per l’emozione abbracciò il pezzo di legno.
«Lo abbiamo trovato, ragazzi! Erano mesi che lo cercavo e finalmente l’ho trovato» gridò esultante e ci abbracciò, e anche noi ci abbracciammo festeggiando la scoperta.

 – o – oo – ooo – oo – o –

Ipsilon - Massimo Mannucci

Ipsilon – Massimo Mannucci

Passa il suo tempo sul filo del mare
lungo le coste attende tempeste
tronchi posati dall’onda

indugia tra la rena e i sassi
c’è quiete non importa dove
se un’isola o un continente

la vampa del sole
l’acido bianco del sale
a scalzare cortecce

in mostra la fibra
il lucore compatto
riverberi di acustica perfetta

avverte il vibrare
da una crepa il midollo

stupore il richiamo
di un’arpa negletta

_________________________________________________________
Franco Antonio Canavesio  – Il cercatore di violini  –  22 dicembre 2012
Fotografie:  Tano,  Daniel Mordzinski  –  Ipsilon,  Massimo Mannucci

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